Scarpe da running: la guida completa per capirle davvero

Nell’ultima puntata del podcast io e Daniele abbiamo deciso di prendere spunto da due lezioni fatte con i nostri allievi e portare in podcast un discorso a 360 gradi sulle scarpe da running. Non volevo fare l’ennesima recensione di un singolo modello, ma capire insieme a voi come sono fatte davvero le scarpe, quali materiali contano, come si scelgono le categorie giuste e quante servono nell’armadio. Vi porto qui la sintesi di tutto quello che abbiamo detto.

Anatomia della scarpa: le quattro parti che contano

Partiamo dalle basi. Una scarpa da running è fatta di quattro elementi: suola, intersuola, tomaia e lacci. Il cuore della scarpa, quello che fa davvero la differenza a livello prestativo e di sensazioni, è l’intersuola. La tomaia incide soprattutto su peso e comfort, mentre i lacci cambiano poco a livello prestativo, ma influenzano quanto la scarpa si stringe al piede.

Materiali dell’intersuola: da EVA a PEBA

Qui la scarpa cambia davvero pelle. Il materiale classico è l’EVA tradizionale, ormai in declino. Poi c’è l’EVA supercritica con infusione di azoto, molto usata da Brooks, che rende l’intersuola più leggera e reattiva. Un gradino sopra troviamo il TPU, presente ad esempio nelle scarpe Saucony e Adidas Boost, più reattivo ma storicamente più pesante. Al vertice c’è il PEBA, il materiale reso famoso da Nike con Vaporfly e Alphafly: reattività altissima, ma durabilità nel tempo più bassa. L’ultima evoluzione è l’ATPU, che secondo noi oggi rappresenta il miglior compromesso tra reattività, morbidezza e durata: scarpe come la Novablast arrivano a 800 km mantenendo ancora una buona reattività, cosa che con i materiali precedenti era impensabile.

Piastra in carbonio: quanto conta davvero

Un punto su cui insisto sempre: non è la piastra da sola a fare la differenza, è l’intersuola. Mettere una piastra su un’intersuola poco reattiva cambia poco. È la combinazione tra intersuola reattiva e piastra a dare il massimo del beneficio. Oggi esistono piastre in carbonio, nylon, fibra di vetro e plastica, e quello che cambia davvero tra un modello e l’altro spesso non è nemmeno il materiale della piastra, ma la sua posizione all’interno della scarpa: due scarpe della stessa gamma, come Nike Alphafly Edge e Sky, hanno intersuola identica ma piastra posizionata diversamente, e questo può fare tutta la differenza in base al vostro stile di corsa.

Drop e stack: le due misure che cambiano la corsa

Lo stack è semplicemente quanto è alta l’intersuola: negli ultimi anni siamo passati da altezze contenute fino a 45-50 mm sulle scarpe max. Il drop è la differenza di altezza tra tallone e avampiede. Una scarpa drop zero e una drop dieci danno sensazioni molto diverse, anche a parità di tutto il resto: non è detto che una sia meglio dell’altra, semplicemente sono due esperienze di corsa diverse. Attenzione anche alla geometria e al rocker, la curvatura sulla punta: incide molto su come la scarpa vi accompagna nell’appoggio.

Le quattro categorie di scarpe da running

Con Daniele abbiamo riorganizzato le categorie in quattro gruppi:

  • Daily trainer: la scarpa che usate ogni giorno, versatile, economica e resistente. Qui rientrano modelli come Novablast, Ride, Cumulus, Deviate, Glycerin, Ghost.
  • Max cushion: scarpe molto ammortizzate, ottime per i lunghi e i giorni di scarico, come Superblast e Megablast.
  • Scarpa veloce senza piastra: la categoria che preferisco per la qualità, con modelli come Asics Novablast Tempo o Puma Deviate Nitro senza piastra.
  • Super shoes: le scarpe top di gamma con piastra in carbonio, pensate per la gara: qui parliamo di Vaporfly, Alphafly, Adios Pro, Endorphin Elite e simili.

Un consiglio pratico: se non usate scarpe con piastra tutti i giorni, le max cushion hanno molto più senso come scarpa da lungo. Se invece in gara usate comunque una super shoe, spendere il doppio per una max cushion diventa quasi superfluo, a meno che non ci facciate davvero un uso quotidiano.

Rotazione scarpe: quante servono davvero

Qui vengo al punto che considero più importante di tutto l’episodio. Ruotare le scarpe non è un vezzo: ci sono studi che mostrano una riduzione del rischio infortuni intorno al 39-40% in chi alterna più modelli. Il motivo è semplice: ogni scarpa fa lavorare il piede in modo leggermente diverso, mantenendo attive strutture come fascia plantare, tibiale posteriore e tendine d’Achille. Il consiglio minimo che do sempre ai miei allievi è avere almeno due paia: una da allenamento lento e una da qualità o gara. Da lì potete aggiungerne quante ne volete, il limite è solo economico. Attenzione però a non esagerare nel cambiare modello troppo spesso: anche la stabilità nel tempo aiuta il corpo ad adattarsi.

Scarpe antipronazione: quando servono davvero

Ultimo punto affrontato in puntata: le scarpe antipronazione vanno usate solo in presenza di una pronazione realmente patologica, non per una leggera pronazione naturale, che è normale e non va corretta artificialmente. Per capire se ne avete bisogno, guardate come si consumano le vostre scarpe: se cedono più all’interno che all’esterno, potrebbe essere un segnale. Ma la valutazione va sempre fatta in dinamica, mentre correte, non da fermi.

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