Come scegliere le scarpe da corsa giuste per il tuo piede: la guida completa

Non esistono due piedi uguali

Io e Daniele abbiamo lo stesso numero di scarpa, 44 e mezzo quasi 45, e ci scambiamo le scarpe quando testiamo nuovi modelli. Il risultato? Quasi sempre quello che va bene a me va male a lui, e viceversa. Non per capriccio, ma per motivi precisi e misurabili.

Da questa semplice osservazione è nato questo video e questo articolo: una guida pratica per aiutarti a capire quale scarpa comprare in base a chi sei davvero come runner, non in base a quello che hai visto in pubblicità o che ti ha consigliato un commesso che di corsa sa poco.

Partiamo dall’inizio.

Morfologia del piede: il primo fattore da capire

Il punto di partenza per qualsiasi scelta di calzatura running è la conformazione del tuo piede. Non intendo solo la larghezza, anche se quella conta moltissimo: intendo l’insieme di caratteristiche strutturali che determinano come il tuo piede si comporta in statica e in dinamica.

Il mio piede è largo, con pronazione neutra. In pratica, ho una buona volta plantare e durante la corsa il carico si distribuisce in modo equilibrato. Per me il problema principale è trovare scarpe sufficientemente larghe in punta, che non costringano le dita e che mi permettano un appoggio naturale.

Daniele ha un piede completamente diverso: più stretto, con piede piatto e una pronazione marcata, soprattutto a sinistra. In statica l’arco plantare è quasi assente, e in dinamica, con la stanchezza o con certe scarpe, il piede collassa verso l’interno in modo visibile. Questo non è un difetto da correggere a tutti i costi: la pronazione è un meccanismo naturale di ammortizzazione. Diventa un problema solo quando è eccessiva e non gestita, perché aumenta il carico sul tibiale posteriore e, nel tempo, può generare infortuni, soprattutto ad alto volume.

Un test semplice che puoi fare a casa per capire la tua situazione è il test del piede bagnato: bagni leggermente il piede, lo appoggiate su un foglio o su una superficie dove rimanga l’impronta e osservi cosa vedi. Un’impronta con un’incavatura centrale evidente indica un arco plantare ben definito; un’impronta piena nella zona mediale indica un piede piatto. Non è una diagnosi definitiva, ma è un primo orientamento utile.

Volume settimanale: quanto corri cambia tutto

Il secondo fattore è il volume. Se corri 30 km a settimana, hai esigenze di protezione molto diverse rispetto a chi ne macina 100 o 120.

A volumi bassi, anche un piede con pronazione marcata come quello di Daniele può permettersi una scarpa con supporto moderato. Il muscolo tibiale posteriore non viene stressato abbastanza da generare sovraccarichi pericolosi, e un buon lavoro di rinforzo a secco può compensare le eventuali carenze della scarpa.

A volumi alti, invece, ogni piccola imperfezione si amplifica nel tempo. Se con 30 km alla settimana quella piccola rotazione interna del piede è gestibile, con 100 km diventa un meccanismo ripetuto migliaia di volte, e il rischio di infortuni cronici aumenta significativamente. Io, che corro tra i 100 e i 120 km settimanali, ho bisogno di una scarpa che mi protegga molto sotto al piede, soprattutto nelle uscite facili in cui accumulo la maggior parte del chilometraggio.

Ritmo e tipo di allenamento: la scarpa deve avere uno scopo

Il terzo elemento è il ritmo e il tipo di allenamento per cui acquisti la scarpa. Ogni scarpa ha una specificità: c’è la scarpa da lento di recupero, c’è quella da ritmo, c’è quella da ripetute veloci. Comprarle senza avere chiaro l’utilizzo è uno degli errori più comuni.

Correre a 6:30 al chilometro con gambe stanche richiede una scarpa morbida, ammortizzata, che ti faccia sentire a tuo agio ad ogni appoggio. Correre a 4:00 al chilometro in un lavoro di qualità richiede invece qualcosa di più secco, più reattivo, che restituisca energia e non penalizzi la spinta.

Compra la scarpa in base a quello che ci vuoi fare davvero, non in base all’estetica o alla moda del momento.

Il drop: non e solo un numero

Il quarto fattore è il drop, ovvero la differenza di altezza tra la parte posteriore e quella anteriore dell’intersuola. Oggi i drop più comuni oscillano tra i 4 e i 10 mm, con i 12 mm che sono praticamente spariti dal mercato.

Un drop alto, intorno ai 10 mm, è più adatto a chi atterra di tallone: mette più materiale proprio nella zona d’impatto e assorbe meglio l’urto. Un drop basso, tra i 4 e i 6 mm, favorisce invece un appoggio più centrale, di mesopiede, e in molti runner migliora anche la cadenza e la postura generale.

Nel mio caso, passando negli anni da drop alti a drop più bassi, ho visto miglioramenti concreti nella mia tecnica di corsa: un appoggio più equilibrato e una cadenza più efficiente. Detto questo, non esiste la soluzione universale: un drop di 5 mm su una scarpa con 40 mm di stack al tallone produce comunque un appoggio più anteriore rispetto a quello che fa la stessa differenza su una scarpa bassa, semplicemente perché la massa di materiale sotto al piede è maggiore e gestisce l’impatto in modo diverso.

Topo Athletic Ultrafly 6 e Atmos 2: due scarpe per due runner diversi

Per illustrare tutto questo in modo concreto, abbiamo usato due modelli di Topo Athletic che ci sono stati inviati per il test: la Ultrafly 6 per Daniele e l’Atmos 2 per me. E la cosa che ci ha fatto piacere è che Topo non ci ha mandato due modelli a caso: ha scelto deliberatamente il modello più adatto a ognuno di noi.

La Topo Athletic Ultrafly 6 è una scarpa con stack da 32 mm al tallone e 27 mm all’avampiede, drop di 5 mm, pianta anatomica larga e un supporto mediale ridisegnato che avvolge anche il tallone per garantire stabilità senza risultare rigido. Il peso si attesta intorno ai 272 grammi nel formato da uomo. Per Daniele, che ha un piede stretto e una pronazione marcata ma corre volumi contenuti, è la combinazione giusta: un minimo di guida nella falcata, senza appesantire il passo, con la tipica larghezza in punta di piede che caratterizza tutto il catalogo Topo.

La Topo Athletic Atmos 2 è invece la scarpa che ho scelto io, ed è pensata per esattamente il tipo di utilizzo che ne faccio: uscite lente di recupero ad alto chilometraggio. Lo stack è massiccio, 40 mm al tallone e 35 mm all’avampiede, sempre con drop di 5 mm. L’intersuola ZipFoam è stata aggiornata rispetto alla prima versione, con 2 mm in più di materiale e una formulazione più morbida e reattiva. Il toe box largo mi permette alle dita di muoversi liberamente, una caratteristica che apprezzo e che mi ha aiutato anche nella gestione di alcuni problemi ricorrenti alla fascia plantare.

La conclusione che vale per tutti

Non comprare le scarpe a caso. Al giorno d’oggi la scelta è amplissima, forse anche troppo, e orientarsi senza una guida è difficile. Ma la scelta giusta parte sempre da te: dalla morfologia del tuo piede, dal chilometraggio che fai, dai ritmi a cui ti alleni e dal tipo di uscite in cui utilizzerai quella scarpa.

Se hai un piede piatto con pronazione e volumi medi, valuta qualcosa con supporto leggero come la Ultrafly 6. Se hai un piede largo, neutro, e macini tanti chilometri lenti, stai guardando nella direzione dell’Atmos 2. Se invece la tua situazione è diversa, scrivimi nei commenti: è esattamente il tipo di domanda a cui rispondo ogni giorno.

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