Tenerife, 1500 metri, e due atleti che corrono davvero
Ci sono interviste che fai e poi dimentichi il giorno dopo, e ci sono conversazioni che ti rimangono in testa per settimane. Quella con Roberto De Lorenzi e Gianluca Ghiano appartiene decisamente alla seconda categoria.

Li abbiamo raggiunti in collegamento direttamente da Tenerife, precisamente da Villasor, il piccolo paese a 1500 metri dove ogni anno si raduna una piccola colonia di trail runner europei per quello che a tutti gli effetti e un training camp informale ma serissimo. Roberto e al suo sesto anno consecutivo qui, Gianluca al quinto. L’idea di base e semplice: partire quando in Italia e ancora piena neve, allenarsi in quota con temperature ideali, salire fino ai 3700 metri del Teide se serve, e costruire la base per la stagione che sta per cominciare.
Entrambi corrono sotto il marchio Brooks, entrambi si muovono in un range di distanze che va dal verticale alla 50 chilometri di trail. Roberto De Lorenzi, classe 1997, svizzero di Lugano con una laurea in scienze motorie a Basilea e una carriera da atleta professionista iniziata quattro anni fa, allena anche una quindicina di atleti online. Gianluca Ghiano, classe 2000, e arrivato al professionismo con una motivazione che mi ha colpito per la sua schiettezza: volevo essere libero, volevo vivere la mia vita in modo rilassato. Funziona cosi, a volte.

Allenatore o non allenatore: una risposta che non ti aspetti
Una delle prime domande che ho fatto era quasi retorica: un atleta professionista ha un allenatore? La risposta, in questo caso, non lo era per niente.
Roberto si e sempre allenato da solo. Sin dalla prima garetta in montagna nel 2010, quando aveva 13 anni e non sapeva nemmeno che esistessero allenatori per questo sport, si e costruito da solo un metodo che funziona. Non ha mai avuto infortuni significativi, la laurea in scienze motorie gli ha dato gli strumenti tecnici, e la sua opinione e che un allenatore serva soprattutto a chi inizia o a chi ha poco tempo e deve ottimizzare ogni ora disponibile. Per un professionista con esperienza e tante ore da dedicare all’allenamento, il valore aggiunto e relativo.

Gianluca invece segue un allenatore da circa un anno e mezzo, dopo anni di auto-gestione. La differenza che ha notato non e tanto nella struttura dei carichi, quanto nella cultura del confronto: avere qualcuno con cui dialogare, qualcuno che ti aiuta a capire se stai ascoltando davvero il tuo corpo o se stai solo razionalizzando la stanchezza. Me lo ha confermato con un esempio concreto: durante il campo, un giorno ha fatto il doppio lavoro mattino e pomeriggio con Roberto, la mattina e andata bene, il pomeriggio si sentiva piu stanco e ha deciso di fermarsi. Questo, dice, e il punto: sapere ascoltarsi e fondamentale.
Come ho aggiunto io stesso durante la chiacchierata, il rischio di allenarsi senza nessun tipo di confronto esterno e rimanere in zona comfort, fare solo quello che ti piace, evitare quello che ti pesa. Un allenatore o anche solo un compagno di allenamento con cui confrontarsi rompe quel meccanismo.
I carichi reali: quanto si allena davvero un pro
Se pensi che un professionista si alleni due volte al giorno tutti i giorni con intensita massima, questa sezione ti aggiornera. Il volume c’e, eccome, ma la distribuzione dell’intensita e molto piu conservativa di quanto si immagini.
Lo schema di riferimento che usano entrambi e classico: un giorno di intensita ogni due giorni tranquilli. In una settimana tipo, significa due sedute di qualita e cinque o piu di recupero e volume aerobico. Quando si inserisce il lungo, la struttura diventa intensita, lungo, intensita. Niente di rivoluzionario, ma eseguito con un volume totale che durante il training camp tocca le 200 chilometri e i 7000-8000 metri di dislivello a settimana per settimane consecutive. Li, il lungo si fa tranquillo, senza variazioni di ritmo, perche si e gia in quota, si e gia stanchi, e non ha senso aggiungere stress su stress.

A casa, con meno carico complessivo, i lunghi includono qualche variazione a ritmo gara, qualche strappo in zona aerobica alta. Ma la regola di fondo non cambia: il lungo e per costruire, non per dimostrare.
Watt, battiti o sensazioni: tre approcci a confronto
Uno dei passaggi piu interessanti di tutta l’intervista e stato il confronto sul monitoraggio dell’intensita. Roberto e Gianluca usano approcci diversi, e questo la dice lunga sul fatto che non esiste un metodo unico valido per tutti.
Gianluca usa la potenza in watt, misurata con uno strumento dedicato per la corsa. Sa che se mantiene una certa soglia di watt su ripetute in salita, arrivera alla fine del lavoro con le energie giuste senza esplodere sulle prime. Il limite del wattaggio, che entrambi riconoscono, e sul tecnico e sui terreni irregolari: quando si scala, ci si ferma, si ricomincia, i valori impazzono e il numero perde senso.

Roberto invece va a sensazioni. Quindici anni di esperienza gli hanno costruito un orologio interno preciso: sa quanto deve costare un allenamento da 40 minuti di intensita, sa dove deve essere la fatica in certi momenti. Dopo, a casa, guarda i battiti per avere una conferma. In pianura si affida al passo al chilometro, per le corse prolungate tiene d’occhio la frequenza cardiaca.
Il punto che mi ha fatto piacere condividere e che non c’e un metodo giusto e uno sbagliato: c’e coerenza, c’e adattamento, c’e la capacita di non essere rigidi quando si allena in gruppo. Roberto lo dice esplicitamente: se sei troppo fissato sul tuo protocollo, finisce che ti alleni sempre da solo.
Alimentazione: la stufa che non deve mai spegnersi
Gianluca ha usato una metafora che mi ha colpito e che uso volentieri anche io quando parlo con i miei atleti. Ha detto: siamo una stufa. Se non butti dentro la legna, si spegne. Puoi essere forte quanto vuoi, ma se non mangi, ti fermi.

Sembra banale. Non lo e. Soprattutto nel trail running femminile, dove il problema dell’underfeeding e ancora molto presente, ma anche in quello maschile non e raro trovare atleti che si allenano tanto e mangiano poco, convinti che il peso sia una variabile da ottimizzare a tutti i costi. Roberto e Gianluca la pensano diversamente: meglio avere un chilo in piu e avere forza che essere al minimo e pagarla durante i blocchi di carico.
Sul fronte dell’integrazione in allenamento, entrambi confermano un trend che si vede sempre di piu anche nel mondo amatoriale: si inizia a integrare carboidrati anche durante le sessioni di allenamento, non solo in gara. Il motivo e triplice: ridurre il deficit post-allenamento, recuperare piu velocemente, e soprattutto abituare lo stomaco a gestire carbo-orario elevati prima che arrivi il giorno della gara. In gara Roberto arriva a 90-120 grammi di carboidrati all’ora, Gianluca si assesta sui 70-80 perche tende ad avere qualche problema gastrico. Durante gli allenamenti, le dosi scendono ma non a zero: anche per uscite di due ore, qualcosa si integra sempre.
Scarpe Brooks: rotazione, prototipi e la questione del carbonio sul trail
Negli ultimi anni il mercato delle scarpe da trail e cambiato in modo significativo. Il carbonio, che ha rivoluzionato la corsa su strada, sta arrivando anche sul trail, e sia Roberto che Gianluca stanno testando prototipi in questo senso. L’impressione e interessante: il carbonio sul trail e diverso da quello su strada, la piastra non deve essere troppo lunga, e quello che si guadagna in propulsione lo si puo perdere in sensibilita del terreno. Un compromesso che per le gare tecniche diventa critico.

Per gli allenamenti quotidiani, la rotazione e essenziale ma non esasperata. Roberto usa le Hyperion Max per i lavori su strada, le Hyperion Elite 5 in gara su strada, le Ghost e le Eclipse Max per le uscite tranquille. Sul trail usa principalmente la Catamount per lavori e lunghi, e le Cascadia per le gare piu brevi. La logica e semplice: scarpe piu basse e stabili per il tecnico, piu alte e ammortizzate per le distanze.
Gianluca aggiunge un punto che trovo davvero intelligente: la fortuna di stare con un brand come Brooks e che copre sia la strada che il trail con un fit coerente. Passare dalla Ghost su strada alla Catamount sul trail vuol dire cambiare superficie senza cambiare la sensazione al piede. Per chi si allena su entrambi i terreni, questo non e un dettaglio trascurabile.
Quello che porta a casa chi ascolta
Ho fatto questa chiacchierata sperando di rubare qualche segreto, come ho detto scherzando al momento delle presentazioni. Non ho rubato segreti, perche in realta i segreti non esistono. Quello che ho trovato e qualcosa di piu utile: due atleti che fanno le cose bene, con semplicita, senza essere fissati, capaci di adattarsi, di allenarsi in gruppo senza perdere la propria identita di allenamento, di mangiare senza sensi di colpa e di scegliere le scarpe in base a quello che serve davvero.
Sono esattamente i principi che cerchiamo di portare nel lavoro con i nostri atleti ogni giorno.
Buone corse a tutti!
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