
Siamo arrivati alla fine di un altro anno. E che anno. Per la prima volta dopo tanto tempo, ci siamo ritrovati tutti e tre fisicamente nello stesso studio – io, Daniele e Paolo, che si è fatto 600 km di treno solo per registrare questa puntata – per guardarci in faccia e capire cosa diavolo è successo in questi dodici mesi.
Spesso, alla fine dell’anno, ci si limita a guardare il riassunto di Strava: freccette verdi se hai fatto più chilometri dell’anno scorso, freccette rosse se ne hai fatti meno. È una visione che trovo un po’ tossica, perché non racconta la storia dietro quei numeri. Il 2025 per noi non è stato solo una questione di cifre, ma di lezioni brutali apprese sulla pelle (e sulle cartilagini). Abbiamo vissuto il confine sottilissimo che separa un trionfo da un disastro, e oggi vogliamo raccontarvelo tutto, senza nascondere la polvere sotto il tappeto.
Paolo: La rinascita metodica e la “Marathon Rada”
Partiamo da Paolo. La sua stagione è stata un esempio da manuale di come si costruisce una rinascita sportiva. Veniva da un 2024 che lui stesso definisce “mai esistito”, segnato da un DNF pesante e da tanti dubbi. Ha iniziato il 2025 con un approccio diverso: umile, graduale, ma incredibilmente solido.
Ha inaugurato l’anno con la “Backyard” a gennaio, usandola come trampolino di lancio. Poi è arrivata la 6 Ore di Pastrengo, dove il suo stomaco ha deciso di esplodere, costringendolo a fermarsi per un’ora intera. Invece di mollare, è ripartito, trasformando un potenziale disastro in un allenamento mentale fondamentale. Questo è stato il preludio alla Chianti Ultra Trail: 120 km che ha chiuso non solo “in tempo”, ma con il sorriso, gestendo pioggia e fango con una serenità che l’anno prima gli mancava.
Ma la perla della sua stagione – e la cosa che più invidio della sua follia – è stata la “Marathon Rada” di maggio. Un’autogestione di 70 km con 4000 metri di dislivello, partendo la notte prima per arrivare al traguardo insieme ai runner che correvano la mezza maratona locale. È quel tipo di avventura “selvaggia” che ti riconnette con il vero spirito del trail, lontano dai pettorali e dai cronometri. Ha coronato il tutto con la Monterosa 80k, una gara con salite infernali che ha affrontato con l’obiettivo preciso di “arrivare in fondo con l’energia per raccontarlo”. E ci è riuscito.
La lezione di Paolo? L’alimentazione. Paolo è sempre stato un runner “selvaggio”, uno che mangiava a sensazione (o non mangiava affatto). Quest’anno ha capito che sulle ultra non puoi improvvisare. Ha imparato a essere metodico, quasi un robot: mangiare anche quando non hai fame, interpretare i segnali di calo prima che diventino crisi. Ha trasformato l’alimentazione da punto debole a sua arma segreta. Se anche voi, come lui l’anno scorso, faticate a mandare giù i gel dopo 10 ore, il mio consiglio è di testare prodotti diversi finché non trovate la quadra. Noi ci affidiamo a Il Capitano Shop (codice MARTINI22 per voi), perché avere la scorta giusta ti salva la gara.
Daniele: L’odio per il nuoto e la gara perfetta
Poi c’è Daniele. Quest’anno mi ha davvero sorpreso. Chi ci segue sa che il suo rapporto con il triathlon è di amore-odio, soprattutto per la frazione di nuoto che, diciamocelo, considera “stupida” rispetto alla fatica epica di bici e corsa. Eppure, si è presentato all’Ironman di Cervia con una preparazione che, sulla carta, sembrava altalenante.
Daniele ha un “difetto” che è anche la sua caratteristica principale: la costanza intermittente. È capace di volumi di allenamento mostruosi per tre mesi – parlo di settimane da 15 ore in cui macina tutto quello che c’è da macinare – per poi spegnersi e stare fermo un mese intero. Prima di Cervia ha avuto uno di questi stop, e temeva di aver buttato via tutto. Invece, la gara gli ha restituito tutto con gli interessi.
Ha nuotato (perché doveva), ha pedalato gestendo la paura, ma è nella maratona che ha fatto il capolavoro. Dopo 5 ore di gara, si è ritrovato a correre a 3’50″/km sentendosi in Zona 3, fresco come una rosa. Ha chiuso in 9 ore e 30 minuti, polverizzando il suo obiettivo di 9h45′. Cosa ci insegna? Che a volte ci sottovalutiamo. Daniele arrivava al via pieno di dubbi, convinto di non avere la distanza nelle gambe, e invece il suo corpo aveva assimilato tutto il lavoro fatto mesi prima. La sua sfida per il futuro non è più la prestazione secca, ma riuscire a spalmare questa forma su tutto l’anno, evitando le montagne russe di “tutto o niente”.
Roberto: Il Tor des Géants, le ginocchia e la polemica del “Finisher”
E arriviamo a me. Il mio 2025 si riassume in tre lettere che pesano come macigni: TOR. Il Tor des Géants non è una gara, è un viaggio che ti scava dentro. Arrivavo a settembre dopo una parte centrale dell’anno difficile, una vera crisi esistenziale in cui non mi sentivo più “centrato”. Avevo bisogno di una scossa, e il Tor me l’ha data, ma a un prezzo altissimo.
Ho finito la gara, sì. Ma l’ho finita consumandomi fisicamente. Le mie ginocchia, letteralmente, strusciavano osso su osso. Ho sacrificato forse cinque anni di vita delle mie articolazioni per arrivare a Courmayeur. Ne è valsa la pena? A caldo direi di sì, perché avevo bisogno di ritrovare la sicurezza nelle mie capacità mentali, quella resilienza che pensavo di aver perso. Ma a freddo, vi dico: non lo rifarei. Non ora. È uno sforzo che il mio corpo, per la sua biomeccanica, fatica a tollerare.
Durante il podcast ho lanciato una provocazione che voglio scrivere nero su bianco anche qui. C’è questa abitudine nel mondo delle gare di dare il “premio finisher” (la medaglia, lo zainetto, il gilet) solo a chi taglia il traguardo. Al Tor, se ti ritiri a Bosses, dopo aver fatto 300 km e 20.000 metri di dislivello, torni a casa con niente. Io trovo che sia un concetto sbagliato, quasi crudele. Siamo tutti finisher dal momento in cui mettiamo piede su quel sentiero. Ho visto amici come Stefano farsi 200 km, superare due notti insonni, combattere contro il meteo, e poi doversi ritirare. Loro meritano rispetto quanto me che sono arrivato in fondo. Quella fatica è reale, quei chilometri sono stati corsi. Il sistema dovrebbe cambiare: celebrare l’impegno e il viaggio, non solo l’arrivo.
Uno sguardo al 2026: Spoiler e paure
Guardando al futuro, i nostri piani per il 2026 sono già delineati e, come sempre, ambiziosi (forse troppo).
- Paolo tornerà alla LUT (Lavaredo Ultra Trail). L’aveva già fatta come sua prima 100 km assoluta (pazzo!), finendola sui gomiti. Questa volta vuole farla “bene”, puntando alla prestazione, anche se l’ultima discesa dal Lago di Misurina gli fa già terrore.
- Daniele ha il mirino puntato sull’estero, probabilmente l’Ironman di Barcellona. Vuole vedere cosa succede se riesce a mantenere la costanza per un anno intero, senza i suoi soliti “buchi” di mesi.
- Io (Roberto)… beh, io per ora devo ricostruire le ginocchia. Al momento il mio massimo sforzo è camminare sul tapis roulant in piano. Non ho fretta. Ho capito che per superare certe prestazioni ormai non bastano più mesi, servono anni di lavoro di fino. Il mio 2026 sarà dedicato al recupero e, forse, a ritrovare il piacere di correre senza dolore.
Se c’è una cosa che questo 2025 ci ha lasciato, è la consapevolezza che non si smette mai di imparare. Che tu sia un amatore o un coach, la strada ti presenta sempre il conto, e sta a te decidere come pagarlo.
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